INTERVISTA – NUOVO PIANO REGOLATORE DI TORINO : LA SFIDA DEGLI INVESTIMENTI
Le nuove opportunità – e il rischio di lasciarsele sfuggire – sono al centro anche dell’intervista pubblicata sulle pagine torinesi di La Stampa lo scorso 18 marzo, all’interno di un approfondimento firmato da Andrea Joly sul nuovo Piano Regolatore di Torino. Per Camerana si tratta di un buon piano: più verde, orientato a uno sviluppo diffuso, attento al suolo pubblico e all’equilibrio tra costruito e spazi restituiti alla città, e con l’idea della “città dei 15 minuti”, con 34 nuovi quartieri individuati e pensati come poli autonomi, dotati di servizi essenziali.
Un aggiornamento necessario, considerando che il piano precedente risaliva al 1995 e programmava uno sviluppo prederminato basato su esigenze definite tra il 1983 e il 1995 – “un’era geologica e climatica fa”, osserva Camerana, che dopo la crisi finanziaria del 2008-2010 aveva finito per rallentare la crescita urbana, rallentando o fermando gli investimenti su molte aree torinesi. Ma accanto alla valutazione positiva, emerge un punto critico: il rapporto con gli investitori. Al MIPIM, racconta Camerana, l’interesse internazionale per Torino è concreto e trasversale, dal Canada all’Australia. Per intercettarlo davvero, però (e incoraggiare gli investitori), è necessario che la città sappia accogliere le proposte di sviluppo, senza irrigidire eccessivamente le condizioni. Lasciar crescere le opportunità per creare margine e creare utile, soprattutto nel mercato immobiliare torinese che non ha il dinamismo e il ritorno finanziario di quello di Milano. Insomma, è solo lo sviluppo a dare la possibilità di realizzare una redistribuzione della ricchezza, dunque bisogna favorirlo con criterio e intelligenza. Alla domanda su cosa manchi a Torino, la risposta è diretta: una visione ancora più forte e condivisa, riprendendo la grande tradizione torinese del Piano Strategico, al centro della strategia di crescita nelle giunte da Castellani a Fassino. Progetti come la Metro 2 e la Città dei 15 minuti vanno nella direzione giusta, rispettivamente cambiando la mentalità e la cultura del trasporto pubblico, l’approccio alla città, e rendendo ogni quartiere attraente con eventi e zone pedonali. Quello che serve, forse, è la capacità di promuovere l’investimento immobiliare endogeno e di saperlo guidare: attrarlo, orientarlo e metterlo al lavoro per costruire valore condiviso.